Il 6 maggio arriva il Bike Pride, ma ha ancora senso?

Qual era il senso originale del Bike Pride?

Il Bike Pride, parata festosa ma anche manifestazione di orgoglio e di critica al sistema, nasce nel 2010 per dare una scossa all’apparato politico cittadino e per legittimare, anche attraverso i numeri, delle istanze precise sul tema ciclismo urbano e mobilità nuova-attiva. Siamo tantissimi, quindi ascoltateci.

È stata una scossa costruita con grande successo e molto dal basso: associazioni ma soprattutto singole persone volenterose si son prese carico di organizzare e poi costruire proposte tecniche e politiche.

Nel corso degli anni, e forse non ce ne siamo tanto resi conto, molto è cambiato. Il tema ciclismo urbano è forte e si è svincolato da un presunto legame con lo svago domenicale e sportivo. Le amministrazioni, quelle vecchie e quelle nuove, hanno iniziato seriamente ad intendere che la questione di fondo non riguarda i ciclisti o le piste ciclabili ma l’idea di città. La mobilità tutta, la qualità della vita, la sicurezza, l’ambiente: la bicicletta diventa un ingranaggio (insieme a tanti altri ingranaggi) per rendere più bella e vivibile la città per tutti i cittadini, non per i “ciclisti”. Sono pochi coloro che all’interno del palazzo ragionano ancora per metri di ciclabile così “i ciclisti son contenti”.

E’ questo è un segnale importante e il Bike Pride inteso come movimento di persone non solo come associazione è stato fondamentale per portarlo avanti e diffonderlo.

Le richieste politiche e tecniche, qualcosa si è mosso

L’idea di agganciare ad ogni parata una richiesta politica e tecnica (di nuovo per legittimare un’istanza attraverso la forza dei numeri) ha dato poi qualche frutto.

  • Sono stati spesi un po’ di soldi per rendere meno pericolosi i famosi 15 incroci che avevamo segnalato nel 2012 (non furono 15 interventi ma meno).
  • Il BiciPlan è frutto di un lavoro ai fianchi ad un consiglio comunale che stava deliberando un PUMS (piano mobilità “sostenibile”) senza un dovuto approfondimento sulla mobilità ciclistica.
  • La Consulta delle bici come organo istituzionale è nata grazie alla richiesta del Bike Pride 2015.
  • Via Roma pedonale e Via Monferrato sono spunti nati anche dentro Bike Pride

Rimaste in parte inespresse altre richieste ma la mole dei documenti prodotti è altissima: osservazioni, spunti di riflessioni, revisioni di progetti, proposte politiche.  

Bike Pride ha poi fatto breccia sui media e portato la bicicletta nel mainstream della comunicazione, quantomeno torinese.

Ma cos’è che non ha funzionato?

Ora che la scossa è arrivata e che anche consiglieri, dirigenti e tecnici usano la bicicletta per spostarsi, che si fa? La città è veramente cambiata in questi quasi 10 anni? I cittadini hanno cambiato le proprie abitudini? Assomigliamo un po’ di più a Copenaghen?

La città non è cambiata molto, i cittadini un po’ di più ma continuiamo ad essere distanti anni luce dai modelli di cui parliamo sempre nonostante, in questi quasi 10 anni si abbia raccolto solo adesioni, concordia istituzionale e assessori in bicicletta.

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Timidezza dei decisori politici? Un retaggio  “auto-centrico” (non solo per Fiat) così pesante da rendere impossibile ogni reale cambiamento? Paura di scontentare una parte dei cittadini? La congiuntura economica estremamente sfavorevole? Cosa avrebbe dovuto fare Bike Pride meglio di come l’ha fatto?

Se siamo tutti d’accordo, dal sindaco all’ultimo dei consiglieri di circoscrizione, che la città è troppo inquinata e trafficata, che si debba percorrere una strada in quella direzione, cos’è che non va?

Diamo ancora un po’ di tempo al Bike Pride e poi fermiamoci un attimo per capire se la strada che avevamo intrapreso 10 anni fa è stata quella giusta oppure no.